Sanità, consigli non richiesti al nuovo ministro Speranza

di Carmela De Rango

Nel programma del Governo Conte bis alla voce sanità si legge: “Il Governo è impegnato a difendere la sanità pubblica e universale, valorizzando il merito. Occorre inoltre, d’intesa con le Regioni, assicurare un piano di assunzioni straordinarie di medici e infermieri; integrare i servizi sanitari e socio-sanitari territoriali; potenziare i percorsi formativi medici”.

Ad oggi le esigenze contemplano anche altri punti, principalmente alla luce delle emergenze dell’intero settore, come l’attuazione completa della Legge Gelli, la criticità delle aggressioni ai medici, l’equiparazione nel trattamento economico tra pubblico e privato, lo svuotamento dei percorsi professionali per via contingenze, così come accaduto in Veneto, gli aumenti per il Fsn, la soluzione per la carenza di personale, il destino della Legge Lorenzin sull’obbligo vaccinale.

Insomma, gli argomenti assenti nel programma di governo sono più degli impegni attualmente presi. Vediamoli in analisi.

Sull’evoluzione dell’applicazione della Legge Gelli si registra l’aumento esponenziale delle richieste risarcitorie, le lungaggini e l’imprevedibilità della macchina giudiziaria, le incertezze della copertura assicurativa che condizionano e minano in profondità il rapporto fiduciario medico-paziente. Ciò però sarà direttamente proporzionale al varo dei decreti attuativi in materia assicurativa, che il Mise annuncia in tempi brevissimi ma che ovviamente dipenderà dall’azione del nuovo governo. Saranno fondamentali per accertare, ad esempio, la determinazione dei requisiti minimi delle polizze assicurative per le strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private. L’obiettivo a quel punto sarà di mettere a fuoco le classi di rischio a cui far corrispondere massimali differenziati.

Sul contratto: ai medici della sanità privata si applica attualmente un ccnl sottoscritto nel lontano 2005tra le associazioni datoriali AIOP/ARIS e CIMOP, quindi con la parte normativa abbondantemente superata da ben 14 anni di modifiche legislative. Il trattamento economico è stato rivisto nel 2009, le cui previsioni di incremento sono state applicate solo al 50% nelle regioni del centro sud, ma totalmente inapplicate nelle strutture private religiose della regione Lazio: da 10 anni, quindi, i medici attendono una revisione del loro trattamento economico. Peraltro, il panorama generale è caratterizzato da un dato oggettivo: il trattamento economico che godono i medici della sanità privata è di circa il 50% inferiore rispetto a quello dei medici del SSN; ragion per cui Cimop auspica con forza che tale discrepanza possa trovare una forma di riequilibrio definitivo proprio nel rinnovo contrattuale che è in discussione.

E’gravissima la condizione in cui versano i medici della sanità privata accreditata con il SSN. La diversità tabellare tra pubblico e privato è un primo fattore discriminatorio, unitamente al mancato riconoscimento dei titoli di carriera, secondo forte fattore discriminatorio, tra medici che svolgono le stesse funzioni, che producono gli stessi DRG, ma che lavorano nello scenario privato.

Questa la ragione per cui CIMOP auspica altresì un incontro con il Ministro della salute, on. Roberto Speranza, per meglio rappresentare tali temi e per un confronto su quella parte di sanità pubblica erogata dalle aziende private.

Sul FSN si rischiano di perderedue miliardi di aumento nel 2020 e il miliardo e mezzo in più per il 2021. Erano stati contemplati dalla legge di Bilancio dopo un preciso accordo tra Regioni e Governo. Il motivo? Le risorse aggiuntive che porterebbero il Fsn rispettivamente a 116,4 miliardi il prossimo anno e a 118 miliardi scarsi nel 2021, saranno erogate «salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico».

Il virgolettato riguarda una clausola inserita all’articolo 1 della bozza del Patto per la salute su cui si aprirà il dibattito in sede di nuova legge di bilancio. Quindi la decisione è di Palazzo Chigi.

Sulla clausola il Ministro della salute Grillo a giugno scorso disse: “Per amore della verità, va detto che questa clausola che abbiamo rivisto comparire in questo Patto della salute e che mi trova totalmente contraria, in realtà era stata inserita nel precedente Patto della salute, varato proprio dal Governo del Partito Democratico, e che produsse allora i suoi effetti, tanto è vero che il finanziamento del Fondo sanitario nazionale previsto nel Patto della salute era di 115,5 miliardi ed invece venne finanziato per 111 miliardi. Ecco, noi non vogliamo fare assolutamente lo stesso errore fatto in quella circostanza dal Partito Democratico”.

Sulla carenza di medici: si tratta di una situazione nota da anni circa gli specialisti e nell’area della medicina generale che secondo l’ex ministro Grillo non è assolutamente addebitabile a quota 100.

Ma resta una carenza prevedibile come dimostra il fatto che in alcune regioni italiane i medici pensionati sono tornati a lavorare. Il governo uscente aveva annunciato di aver aumentato le borse per le scuole di specializzazione del 24 per cento rispetto allo scorso anno; quelle per le scuole di medicina generale, per il corso di medicina generale, eliminando il blocco che c’era tra la frequenza al corso di medicina generale e la possibilità di lavorare.

Inoltre, ha consentito a chi aveva già ventiquattro mesi di precariato sulle spalle di medicina generale, più l’idoneità al corso, di entrare al corso; ha rimosso il blocco del turn over anche per le regioni in piano di rientro e dato la possibilità di stabilizzare il personale precario con il decreto Calabria.

E possono partecipare ai concorsi anche gli specializzandi del penultimo anno nelle specialità che durano cinque anni; addirittura possono partecipare e cominciare a lavorare.

Sulla legge Lorenzin per le vaccinazioni la partita riprenderà dall’annuncio della Grillo circa l’obbligo flessibile detto anche obbligo intelligente che ha consentito agli antivaccinisti di aggirare la legge anche per l’anno scolastico 2018/2019.

Il 28 marzo 2019 nella XII commissione del Senato (Igiene e sanità) è stato presentato un emendamento che introduce un nuovo articolo 7-bis per rimuovere i cardini dell’attuale normativa sull’obbligo vaccinale. Il testo è stato firmato dal presidente della commissione Pierpaolo Sileri e dalla vicepresidentessa Maria Cristina Cantù, rispettivamente del Movimento 5 stelle e della Lega. Insieme a loro, compare tra i firmatari anche la senatrice leghista Sonia Fregolent.

Il testo: “Per i servizi educativi per l’infanzia, le scuole dell’infanzia e per tutti i gradi di istruzione […] la presentazione della documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni non costituisce requisito di accesso al servizio, alla scuola, al centro ovvero agli esami. Altresì, la mancata presentazione della documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni non determina la decadenza dall’iscrizione né impedisce la partecipazione agli esami”.

Così verrebbe cancellato l’obbligo di presentare la certificazione vaccinale per potersi iscrivere alle scuole materne e agli asili nido. In pratica non verrebbe affatto rimosso l’obbligo di sottoporsi alle vaccinazioni, ma scomparirebbe una delle misure chiave per l’applicazione pratica e il rispetto dell’obbligo stesso.

Sulla dicotomia pubblico-privato crediamo sia utile concordare sull’impegno del Governo a valorizzare il merito, sottolineando al contempo che non è utile accentuare il solco tra comparto pubblico e privato. Ma ragionare sul fatto che la sanità italiana senza il privato, e solo con il pubblico, non riesce a fornire l’insieme delle risposte a cittadini e famiglie. Inoltre i picchi di eccellenza presenti nel comparto del privato non solo non vanno dimenticati ma vanno riconosciuti e incentivati.

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