Rinnovo contrattuale, tutti i dubbi di Cimo: parla Quici

di Francesco De Palo

Un contratto capestro. Definisce così Guido Quici, Presidente di CIMO e del Patto per la Professione Medica (CIMO-FESMED e ANPO-ASCOTI-FIALS Medici), l’accordo raggiunto sul nuovo contratto dei medici, atteso da due lustri. Sono 200 gli euro di aumento medio mensile accettato per 130mila camici bianchi da tutti i sindacati medici (78 per cento), tranne la federazione Cimo-Anpo-Fesmed.

Perché il rinnovo contrattuale non vi soddisfa?

Come sindacato che, attraverso il Patto per la Professione Medica, rappresenta il 22% dei medici del sistema sanitario nazionale ed è il primo sindacato di soli medici dipendenti, abbiamo ritenuto doveroso dire No a un contratto che in realtà è un contratto capestro. Siamo orgogliosi di aver arginato comunque e disinnescato in queste settimane, attraverso un duro lavoro di opposizione, le trappole di un testo originario che era indecoroso, per di più dopo 10 anni di attesa e sacrifici per sostenere la sanità pubblica.

I medici si aspettavano un contratto dignitoso, che migliorasse la qualità del lavoro. Invece in questo contratto la loro carriera viene finanziata con fondi che erano già disponibili e non ci sono regole che garantiscono la meritocrazia. Non ci sono inoltre garanzie per la sicurezza dei medici come richiesto dalle norme europee e, tra le altre cose, nelle pieghe del contratto ci sono ancora molti “tranelli” e quello che viene presentato come sviluppo positivo è invece un appiattimento delle carriere, mentre gli aumenti certi in busta paga si fermano solo a 130 euro al mese.

Non siamo inoltre disponibili alla sottoscrizione di un testo che non è completo, non è stato approfonditamente ed integralmente negoziato, costituisce un obiettivo arretramento della regolamentazione nel rapporto di lavoro, in alcuni punti si pone in contrasto con la normativa europea sul riposo biologico, mortifica e svilisce il ruolo del medico nel sistema, non riconosce un corrispettivo economico tale da recuperare la perdita del potere di acquisto in un decennio, al lordo dei blocchi stipendiali e dei tagli al salario accessorio introdotti per legge.

Quali gli elementi che hanno prodotto la vostra contrarietà?

L’elenco è lungo e lo sarebbe ancora di più se non avessimo messo in luce in sede di trattativa le contraddizioni e i peggioramenti insiti nel testo proposto da Aran fino alla settimana scorsa. A voler citare i principali elementi, il testo che abbiamo ritenuto responsabilmente di non firmare:

ridimensiona pesantemente il ruolo delle rappresentanze sindacali in sede locale (anche a prescindere dalla importanza numerica della loro rappresentatività), anticamera dell’autonomia differenziata anche in materia contrattuale;

riorganizza la carriera del medico, ma nella realtà ne blocca la crescita con limitazioni quantitative eccessive degli incarichi dirigenziali più elevati;

lascia al Direttore Generale mano libera nell’assegnare gli incarichi di maggior contenuto professionale, senza aver fissato dei criteri meritocratici;

pur di non ricorrere all’assunzione di ulteriore personale, specula sul lavoro dei dirigenti medici, estendendo il vincolo degli incrementi di orario rispetto alle 48 ore settimanali dal quadrimestre al semestre;

consente che la pronta disponibilità possa essere utilizzata anche oltre gli attuali servizi notturno e festivo mantenendo un livello di sotto retribuzione della pronta disponibilità;

elimina il riposo di 11 ore consecutive qualora il dirigente medico sia chiamato in servizio di pronta disponibilità poiché la chiamata sospende (non interrompe) il riposo;

trasforma da diritto a concessione la fruizione di 15 giorni continuativi di ferie durante il periodo estivo;

prolunga da 12 a 18 mesi il periodo di durata della sostituzione su posto vacante nell’attesa dell’espletamento delle procedure atte alla sua copertura;

esclude che l’aspettativa per l’assunzione di altro incarico, durante il relativo periodo di prova, sia un diritto ma la rende una concessione dell’amministrazione;

nella costituzione di fondi unici verticali per le categorie della dirigenza sanitaria cui si applica il contratto – non già armonizzati, secondo legge, ma unificati – ammette che la retribuzione della dirigenza sanitaria non medica e della dirigenza infermieristica siano finanziate sostanzialmente con i fondi della dirigenza medica, stante la penuria delle loro dotazioni di provenienza;

prevede che la RPMU (parte fissa della retribuzione di posizione), definita in valori identici per tutti i dirigenti dell’area, sia soggetta a cospicui squilibri tra i singoli dirigenti a seconda della categoria professionale di appartenenza e che il relativo finanziamento avvenga non con il ricorso a nuove risorse ma attingendo a quelle già disponibili, svuotando in tal modo le risorse disponibili per finanziare gli elementi accessori della retribuzione;

nei casi di apertura di procedimenti in sede civile e penale che coinvolgono i dirigenti medici, garantisce la libera scelta del legale e del consulente tecnico fiduciario senza autorizzazione dell’azienda, escludendo però che la relativa spesa sia posta a carico dell’amministrazione nei casi di proscioglimento o di conclusione favorevole del procedimento;

introduce meritoriamente il welfare aziendale ma il finanziamento è a spese dei suoi potenziali fruitori attingendo alle (residue) disponibilità del fondo per la retribuzione di risultato.

Ha riscontrato nel raggiungimento dell’accordo una fretta dettata dalla contingenza politica?

Dopo 15 mesi in cui l’Aran praticamente non ha fatto nulla e ha convocato riunioni a tavoli politici e tecnici privi di contenuti, all’improvviso hanno preteso di chiudere in 3 giorni, fornendoci in una manciata di ore ben 5 testi diversi di 200 pagine ciascuno. Tutto questo per indurre alla firma e chiudere entro lo scadere del mandato, nei prossimi giorni, del Presidente dell’Aran Gasperrini. Un comportamento a dir poco irrituale e decisamente antidemocratico, che lede ruolo e dignità dei soggetti seduti al tavolo delle trattative. Ci sono dei limiti nelle relazioni sindacali che non si possono superare. E qui si è voluto prendere la controparte sindacale per sfinimento. Abbiamo formalmente chiesto di poter esaminare gli oltre 120 articoli e le quasi 90 disapplicazioni in esso contenute entro una settimana: ma anche questa nostra richiesta è stata rigettata.

Quali azioni intendete avviare adesso?

Gli aderenti al Patto per la Professione Medica dichiarano lo stato di agitazione per i medici iscritti alle rispettive organizzazioni e inizieremo appena possibile incontri itineranti nelle aziende sanitarie per spiegare i tranelli di questo contratto 2016-2018 e, se anche non torneremo indietro nei prossimi mesi, questo dovrà servire come monito e pilastro di responsabilità sindacale per le future contrattazioni. Sarà nostro impego continuare a condurre un’analisi del testo del contrato prima che venga bollinata dalle Autorità, cosa che richiederà qualche mese e che ci permetterà di esporre più dettagliatamente le ragioni del no e delle critiche sollevate in queste settimane, in vista della convocazione formale per la stipula contrattuale.

Vede all’orizzonte un margine di ricomposizione?

I nostri no rimangono e hanno ragion d’essere nel profondo rispetto che abbiamo per la vita quotidiana dei nostri colleghi medici e ci chiediamo in continuazione cosa meritano. Se anche questo contratto porta degli elementi di riconoscimento sul lavoro dei medici, non è qualitativamente soddisfacente e non possiamo accettarlo, altrimenti verremmo meno al ruolo di tutela dei medici, che intendiamo esercitare fino in fondo.

Cosa manca secondo la vostra visione alla strategia complessiva sulla sanità pubblica e privata?

Questo contratto, così com’è, riflette una visione politica in cui manca il riconoscimento del valore professionale, morale, economico e normativo della professione medica, che non può essere spacchettato per ragioni di risorse economiche che la politica decide di spartire con altri soggetti per motivi elettorali o per programmi di finanziamento della sanità integrativa privata. Manca anche una visione del cittadino-paziente che non sia di mero consumatore o contribuente. E soprattutto rischia di venire meno quella visione super partes e altamente democratica di un servizio sanitario pubblico che sia unitario, universale e gratuito, di cui il medico costituisce un fulcro essenziale.

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