L’intervento: le politiche sanitarie e la storia del gambero

A cavallo degli anni 80 e 90, la sanità italiana si stava trasformando profondamente, e il mondo della sanità convenzionata stava evolvendo da un mondo marginale dove si rifugiavano baroni universitari e medici ospedalieri il cui unico interesse era quello di fare soldi e integrare le loro entrate salariale. Spesso il tutto si traduceva in sottrazione di pazienti dalla loro struttura pubblica verso la struttura privata.

Le strutture private, siano convenzionate o no, erano delle semplici attività commerciali in cui il concetto di qualità era del tutto secondario – per la verità c’erano strutture di qualità che svolgevano  onestamente il loro lavoro di servizio sanitario pubblico –  e le riforme sanitarie che si susseguivano negli anni 80 avevano, in parte, sovvertito questa immagine della sanità privata e si cominciava a parlare di organico medico, di medici dipendenti con un contratto di lavoro degno di questo nome; si cominciava a creare una barriera di incompatibilità tra il lavoro nelle strutture pubbliche ed in quelle accreditate.

Erano gli anni della speranza.

OSPEDALE

Improvvisamente il sogno ha cominciato a svanire.

Due eventi legislativi hanno sconvolto la sanità, la riforma costituzionale e la introduzione del sistema di remunerazione a DRG. Il primo evento ha assegnato alle Regioni l’esclusività nella gestione del servizio sanitario: ci siamo trovati con 20 Servizi Sanitari, ognuno che galoppa per conto proprio, con prestazioni sanitarie remunerate in modo diverso tra una Regione e l’altra. Anziché incentivare la qualità delle prestazioni sanitarie creando una sana e corretta competizione tra le regioni e tra il circuito ospedaliero pubblico e quello privato,  questo sistema ha prodotto una mole di sprechi ed inefficienze che hanno causato la dequalificazione delle prestazioni in tante Regioni mentre in altre – poche per la verità – un salto di qualità.

Elemento comune in tutti i contesti: il debito sanitario fuori controllo.

Tutto ciò porta ad una conseguenza logica: lo Stato non può più appianare i debiti di tutti; ogni Regione deve provvedere a coprire le proprie spese sanitarie con mezzi propri. In poche parole, significa maggiori tasse sui cittadini.

In questo panorama desolante, le strutture private accreditate avrebbero potuto sopperire alle carenze del sistema pubblico ma così non è stato. L’esplosione del debito sanitario costringe il Governo a commissariare la sanità di quelle Regioni in affanno e comunque, alla fine dei conti, a scapito dei cittadini utenti.

L’altro evento nefasto è l’introduzione del sistema di remunerazione a DRG, mutuato dal sistema di remunerazione della sanità americana, stravolto nel suo significato e adattato alla bisogna del nostro SSN. Ogni Regione, nella sua autonomia stabilisce le tariffe sulla scorta di un tariffario nazionale base; la conseguenza è che le tariffe per le stesse prestazioni erano diverse, in più o meno rispetto al tariffario nazionale e, purtroppo, questa situazione resiste anche oggi.

La determinazione del Budget delle strutture accreditate, e la diversità delle tariffe di remunerazione delle prestazioni ha, in fin dei conti, ucciso la contrattazione collettiva nazionale. La controparte datoriale si trova nell’impossibilità di determinare regole contrattuali uniche valide su tutto il territorio nazionale.

A chiudere il cerchio arriva la nuova visione gestionale delle amministrazioni delle strutture accreditate: meno personale dipendente, più flessibilità – persino con il personale infermieristico- nel gestire l’organico e braccia aperte ai pensionati del sistema pubblico, tutti elementi che possono far sparire la figura del medico dipendente e dell’organico della struttura accreditata.

Anche molte strutture private accreditate continuano ad offrire prestazioni di qualità con un proprio organico, il panorama non cambia. Una grossa fetta delle strutture hanno adottato il passo del gambero; per sopravvivere o per mantenere un dividendo economico alla fine di ogni anno.

Come andrà a finire? La risposta dovrebbero averla la politica e – perché no – la sanità privata accreditata.

Mohammad Alkilani