Dal Notiziario, il focus di Fausto Campanozzi: “La riforma degli ordini e la professione”

Di Fausto Campanozzi

Presidente nazionale Cimop

Chi vi scrive ha iniziato il proprio cammino di medico nel 1972, anno in cui mi iscrissi al primo anno della Facoltà di Medicina dell’Università di Bari, credendo fortemente nel valore etico della professione che stavo scegliendo. E questa convinzione si radicò ancor più in me nel corso degli anni successivi man mano che procedevo negli studi universitari.

Come dimenticare l’emozione nel sentire proferire dal mitico Prof. Rodolfo Amprino, subito dopo aver superato l’esame di Anatomia Umana, la fatidica frase “complimenti dottore”, o la lettura con voce tremula del Giuramento di Ippocrate nel giorno della tanto agognata Laurea in Medicina e Chirurgia. Oggi a pochi anni dalla pensione (ci sarei già senza l’avvento della Legge Fornero), so di aver ispirato tutta la mia vita professionale e personale a tre valori fondamentali:

• completa dedizione alle persone bisognose di cure, nel rispetto del giuramento di Ippocrate e del Codice Deontologico;

• attenzione a tutti gli aspetti della professione medica, attraverso l’impegno personale nell’Ordine dei Medici e la lunga militanza nella C.I.M.O.P., il nostro sindacato di categoria;

• la famiglia, intesa come collante del tessuto sociale.

Almeno per quanto riguarda i primi due punti oggi sento l’esigenza personale, ma anche il dovere, di condividere con voi alcune riflessioni sulla nostra professione e sull’Ordine che la governa, in un momento storico caratterizzato da profondi cambiamenti della nostra società e da spinte fortemente riformiste provenienti dalla politica.

Credo che la figura del medico, sostanzialmente non sia cambiata oggi, rispetto al passato, se rapportata a quella che a me piace seppur romanticamente definire la sua missione, e cioè avere come obbiettivo fondamentale la tutela della salute dei propri pazienti (e non utenti!!!!), attraverso una continua formazione umana e professionale. L’avvento della tecnologia nella società moderna ha invece profondamente modificato il rapporto fra il medico e il paziente che una volta era sempre diretto, dal momento della visita, alla diagnosi , fino alla terapia. Oggi nell’immaginario collettivo il responso diagnostico è affidato alle macchine, molto spesso dimenticando che i dati che esse forniscono devono essere necessariamente soggetti all’interpretazione nell’ambito di un più ampio processo di valutazione clinica.

Senza voler ricorrere allo stereotipo del medico condotto di qualche anno fa, non vi è alcun dubbio sull’utilità e sui benefici prodotti da una relazione fra medico e paziente, basata su fiducia, confidenza e familiarità, che sono i tre pilastri fondamentali su cui costruire questo delicato rapporto. Inoltre è opportuno sottolineare come oggi, rispetto al passato, il medico durante la sua attività sia gravato da una serie di incombenze burocratiche e di responsabilità di gestionale che molto spesso sottraggono tempo e attenzione verso i pazienti. Negli ultimi anni alcuni fattori, prevalentemente esterni alla professione, hanno incrinato il rapporto fiduciario fra medico e paziente avviando una stagione di contenziosi e aprendo il dibattito sulla responsabilità professionale che, a mio modesto parere, non si chiude con la recente Legge n. 24/2017, più comunemente nota come “Decreto Gelli”.

Il riassetto formativo delle altre professioni tecnico- sanitarie, attraverso il percorso universitario e l’acquisizione di un diploma, ha aperto nuovi scenari nell’ambito delle competenze professionali, determinando richieste di spazi di autonomia da una parte (soprattutto infermieri) e arroccamenti in difesa dall’altra (medici). La parola chiave dell’azione politica dei recenti governi è stata ed è “riformare”, ed in questo contesto nasce anche il cosiddetto ddl Lorenzin ( “Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica dei medicinali, nonché disposizioni per l’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della Salute) che all’articolo 3 sostituisce gran parte del decreto legislativo n. 233 del 1976 (istitutivo degli ordini professionali).

Secondo questo articolo le nuove norme si applicano sia agli ordini esistenti dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, dei Veterinari e dei Farmacisti, sia agli attuali Collegi delle professioni sanitarie e le rispettive Federazioni Nazionali che vengono trasformati in Ordini delle medesime professioni: delle professioni infermieristiche, delle ostetriche e degli ostetrici, delle professioni sanitarie della riabilitazione, dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Infine è prevista l’istituzione delle nuove professioni sanitarie di osteopata e chiropratico. Questa volta, e la cosa non accade spesso, sono perfettamente in accordo con Ivan Cavicchi quando afferma che “il ddl Lorenzin non si occupa dei problemi reali delle professioni e dei cittadini, ignora l’immenso divario che esiste tra i problemi delle professione, gli ordini e i collegi, né rimuove la contrapposizione tra le professioni e i cittadini (contenzioso legale, medicina difensiva, eccesso di proceduralismo, ecc).

La ratio su cui si basa da sempre la legislazione sugli ordini è quello della “doppia tutela”, per cui i diritti dei cittadini sono garantiti dai doveri professionali. Oggi le professioni, spesso per ragioni finanziarie, per riduzioni degli organici, per limiti budgetari e altro, non sono in condizione di fare il loro dovere con la conseguenza che il malato può non essere più deontologicamente garantito la proposta di legge anziché preoccuparsi di risolvere i problemi dei cittadini e delle professioni, definendo una deontologia all’altezza dei tempi, punta a cambiare semplicemente la propria mission ma solo per allargare il proprio potere istituzionale. Queste proposte andrebbero semplicemente respinte perché non risolvono nessuno dei problemi gravi delle professioni”.

In realtà il ddl Lorenzin pone drammaticamente e paradossalmente una domanda sulla utilità degli Ordini Professionali, che così come concepiti oggi hanno esclusivamente il compito di curare l’aggiornamento degli albi professionali ed intervenire sui propri iscritti per quanto attiene gli aspetti disciplinari, etici e deontologici. Ebbene oggi tutto questo non basta, il ruolo del medico nella società attuale deve necessariamente cambiare (certamente non la mission), in sintonia con i profondi cambiamenti della società. L’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri, che ricordo essere un ente di diritto pubblico, a mio modesto parere, deve contribuire in maniera più ampia e competente al governo della professione intervenendo, quale interlocutore privilegiato, in tutti i processi decisionali che coinvolgono i medici e la loro professione, nelle sedi nazionali e regionali.

Pertanto in conclusione spero fortemente che ci sia la possibilità di rivedere complessivamente l’impianto di questa norma, permettendo ai medici di interloquire con il Ministro e con il Governo su una proposta di modernizzazione degli Ordini e del governo della Professione, senza che questo ancora una volta ci venga calato dall’alto.

 

Pubblicato sul Notiziario Cimop Luglio 2017