Così pubblico e privato possono tessere la loro tela dei diritti. Parla Albini

Di Francesco De Palo

“Ecco come pubblico e privato possono tessere la loro tela dei diritti”. Così Donatella Albini ginecologo, medico chirurgo a Brescia, docente presso l’università degli studi di Brescia e consigliere comunale molto attenta a temi sociali, come la difesa dei diritti, soprattutto in relazione ai temi della sessualità, della maternità e della violenza sessuale, ragiona con il Notiziario Cimop non solo sull’universo delle tutele sindacali, ma sul progresso mentale nell’approcciarsi alla donna-medico.

Donne e professione medica: come si legano nella quotidianità attuale?

Sul piano dei diritti legislativi siamo avanti, mentre su quello dei diritti più pratici meno. Penso alla sicurezza delle donne che lavorano nei pronto soccorsi o nelle guardie mediche, per via di una mancanza di rispetto e di riconoscimento dell’autorevolezza professionale delle donne. Ma quando parlo di diritti mi riferisco anche alla tutela delle donne-medico nel poter essere madri senza i mugugni dei primari. Se la maternità venisse assunta come un ruolo sociale come è nei diritti legislativi allora non ci sarebbe alcun problema.

Dal punto di vista sindacale quali e quanti progressi ci sono stati? Sono sufficienti per metterci al passo del trend di altri paesi?

La priorità credo sia rivedere la legge sulle tutele delle lavoratrici madri, perché penso che sia ormai antistorico il fatto di obbligarla a restare a casa gli ultimi due mesi di gravidanza. Ci deve essere una mobilità interna nel lavoro, anche perché i più rischiosi sono i primi tre mesi di gravidanza. A seconda dell’assunzione del ruolo sociale, credo che una donna in maternità che abbia un ruolo professionale legato alla medicina, potrebbe essere sgravata per le note quesioni legate ai rischi infettivi, e spostarla a mansioni ad esempio di ricerca o manuali. Per cui libera di decidere se restare a casa o meno. Circa i primi mesi di maternità credo sia utile imitare i paesi del nord Europa, con un allargamento alla paternità.

Sessualità, maternità e violenza di genere: come si esplica il doppio ruolo di donna-medico e di donna che convive in prima persona con questi problemi?

Partirei con il ruolo dei diritti ad una maternità libera: quando il mio desiderio si vuole concretizzare, è giunto il tempo di non avere remore da parte della struttura ospedaliera. Questa sarebbe una società accogliente. Al di là della violenza a cui molte donne sono state sottoposte nel loro ruolo di medico, sottolineo l’importanza del ruolo strategico delle donne-medico che accolgono quelle donne che subiscono violenza domestica o sessuale. Anche se non tutte le donne sono ovviamente uguali, è chiaro che in un momento simile la vittima si affida più facilmente ad un’altra donna. Ma qui occorre il tempo per farlo: non è una “cosa di donne”, ma una questione di sensibilità, di attenzione, di cure che le donne-medico hanno sicuramente di più.

Alla luce della sua esperienza, politica e professionale, come crede si possano interfacciare dal suo punto di vista le esigenze della sanità privata con l’azione della pubblica amministrazione?

Il punto di partenza credo sia nello stabilire una relazione: mentre i Comuni non hanno un ruolo significativo nella gestione tecnica della sanità, ne hanno uno strategico nella tessitura delle relazioni. Questo è lo snodo, perché le relazioni vengono tessute per stabilire il grande schema dei diritti dei cittadini, il primo dei quali è di stare bene e di essere in buona salute. All’interno di questa relazione non si può non tener conto anche della sanità privata. E’chiaro che la relazione è duale, per cui quel filo lanciato dovrà essere riannodato da qualche altra parte, ovvero con una buona disponibilità nell’accogliere la trama in questione.

In che modo?

Un esempio può essere quello che abbiamo fatto grazie alla disponibilità di medici e infermieri (soprattutto di una struttura privata): abbiamo aperto un ambulatorio volontario nell’ambito di un dormitorio pubblico, quindi per gli ultimi degli ultimi. E ancora, abbiamo aperto un centro studi sulla medicina di genere su base volontaristica in cui tutte le strutture sanitarie paritariamente vi entrano: questa è cultura medica, dove lo sgardo di genere è sguardo rispettoso di uomo e donna.

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