Guido Quici

AUTONOMIA DIFFERENZIATA, QUICI (CIMO-FESMED): L’ESPERIENZA SULLA SANITÀ È MONITO PER IL FUTURO

“La Legge sull’autonomia differenziata, approvata dalla Camera il 19 giugno, viene spesso analizzata sul versante sanitario per la concreta esperienza maturata di questi anni con la modifica del Titolo V della Costituzione che ha visto il nostro SSN non più garante della universalità, equità e accesso alle cure per tutti i cittadini italiani. Quindi si parte da una esperienza concreta sul campo che è molto significativa per gli esiti che ha determinato nonostante gli attuali Livelli Essenziali di Assistenza. Si parte da una disomogeneità nel numero di ambulatori e posti letto ospedalieri per abitante, ad una evidente disparità nell’offerta sanitaria, fino ad un inarrestabile aumento della mobilità passiva. Il tutto in attesa dei futuri LEP il cui concreto rischio è quello di creare ulteriori disparità nel mondo professionale a partire dai contratti di lavoro, alla remunerazione dei professionisti, all’accesso alla formazione, ed altro. Alcuni dati, desunti dai rapporti ISTAT lo testimoniano chiaramente”.

Lo dice Guido Quici, presidente del sindacato medico CIMO-FESMED.

Sul tema dell’assistenza sanitaria ad esempio, riguardo ai posti letto nelle Rsa per ogni 10mila abitanti ce ne sono 98,5 al Nord, 56,5 al Centro e 33,4 al Sud. L’emigrazione ospedaliera per 100 dimissioni è di 6,5 al Nord, 8,3 al Centro e 13 al Sud. Mutuando, dal mondo sanitario, consolidate esperienze sul tema diseguaglianze è sufficiente analizzare qualche indicatore di qualità di alcuni servizi ricompresi tra le 23 materie delegabili che, certamente, rientreranno nei futuri LEP.

Su 100 famiglie, quelle che hanno difficoltà ad accedere ad almeno 3 servizi essenziali sono 3,5 al Nord, 5,2 al Centro e 7,6 al Sud. Sullo stesso campione, subiscono irregolarità nella distribuzione dell’acqua 2,9 famiglie al Nord, 7,6 al Centro e ben 15,8 al Sud. Il numero medio di interruzioni per utente sul servizio elettrico sono 1,4 al Nord, 1,9 al Centro e 3,6 al Sud.

Emerge, chiaramente, l’assoluta mancanza di garanzie sociali e accesso ai servizi essenziali perché le attuali difficoltà economiche del Paese e delle singole regioni costringerà queste ultime a sostenere costi aggiuntivi per assicurare standard minimi atti a garantire i nuovi LEP.

In primo luogo, l’elevato debito pubblico nazionale dovrà fare i conti con le procedure europee e con il patto di stabilità. Non prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica porterà, ai nastri dipartenza, regioni non allineate. Meno del 20% delle regioni possono fornire ai propri cittadini, oggi, i futuri LEP ricorrendo alla sola spesa storica. Le restanti regioni non sono in grado di fornire le prestazioni essenziali ricomprese nelle 23 materie delegabili ma dovranno ricorrere a risorse economiche aggiuntive e tutto questo porterà ad un potenziamento del sistema di tassazione locale che,a sua volta, impoverirà ulteriormente i cittadini.

In secondo luogo, la diversissima capacità fiscale tra le Regioni, il cui gettito deriva dalla fiscalità regionale legato al sistema produttivo e all’occupazione, produrrà effetti negativi sulle famiglie italiane che non avranno accesso ai servizi essenziali per un effetto combinato tra maggiori tassazioni locali e minore gettito fiscale. Nel caso della sanità, si prevede un aumento della mobilità passiva che, ogni anno, sottrae risorse alle regioni più svantaggiate arricchendone altre. Quindi meno gettito fiscale, meno prestazioni e più tasse locali per servizi non competitivi.

Infine, i tempi brevi di attuazione. Appare utopistico definire e quantificare le “prestazioni sociali di natura fondamentale”, i LEP, con i relativi costi standard, in un arco temporale piuttosto breve soprattutto se si considera, ad esempio, che l’elaborazione dei costi standard degli asili nido ha richiesto dieci anni.

In questo contesto appare superfluo sottolineare il parere della Corte Costituzionale in merito alla garanzia di diritti incomprimibili. A nostro avviso occorre mantenere una dimensione nazionale, evitando di creare uno “spessore” locale che diventi “fonte primaria” con forti rischi per l’integrazione sociale e l’unità del Paese.

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